Dal 2006 ci occupiamo dell'informatica dello Stadio Pier Cesare Tombolato di Cittadella, per conto di A.S. Cittadella, che ha in concessione dal Comune l'uso e la gestione dell'intero impianto. Per undici mesi all'anno è un cliente come tanti altri: server, rete, postazioni, backup, aggiornamenti, le stesse cose che facciamo in un capannone dell'Alta Padovana.
Poi arriva il sabato della partita, e cambia una variabile sola: l'ora.
Il vincolo che riscrive tutto il resto
In un'azienda manifatturiera un fermo si assorbe. Si recupera con gli straordinari, si sposta una consegna, si avvisa il cliente. È spiacevole e costa, ma esiste un dopo.
Un evento no. Alle 15:00 ci sono settemilacinquecento persone sugli spalti, decine di giornalisti in sala stampa, le forze dell'ordine, decine di steward ai varchi e l'hospitality che accoglie gli ospiti. Non esiste la settimana prossima, non esiste riprogrammare, e non esiste spiegare a settemilacinquecento persone che c'è un problema tecnico.
Questo vincolo ha una conseguenza che ci portiamo dietro anche fuori dallo stadio: obbliga a fare per bene le cose che in azienda si rimandano sempre. Non perché siamo più bravi, ma perché lì non si può rimandare.
Due persone in una stanza
Il giorno della partita abbiamo due persone dedicate nella sala GOS, la sala operativa da cui si coordina l'evento.
Non è una postazione di assistenza informatica. In quella stanza convivono la sicurezza, il coordinamento degli steward, il controllo dei varchi, la gestione dell'hospitality e il rapporto con le forze dell'ordine. Noi ci siamo perché quasi tutto quello che succede lì dentro passa da un sistema, e perché quando un sistema fa i capricci il tempo di risposta accettabile si misura in minuti, non in ore.
È anche il motivo per cui ci andiamo di persona invece di restare reperibili al telefono. Ci sono cose che si capiscono solo stando nella stanza.
Cosa vuol dire, in pratica, che non può fermarsi
Tre scelte, tutte prese in tempi non sospetti.
Accessi a internet ridondati. Non un collegamento con la promessa che regga, ma due strade indipendenti. Il giorno in cui una cade, la partita continua.
Server di registrazione ridondati. Quello che va registrato viene registrato comunque, anche se una macchina si ferma. Su un impianto sportivo non è una comodità tecnica: risponde a regole precise.
Controllo accessi integrato con la biglietteria. I tornelli devono parlare in tempo reale con il sistema di TicketOne, altrimenti la coda ai varchi si blocca e settemila persone restano fuori mentre la partita comincia.
Sono decisioni prese guardando una domanda sola: cosa succede alle 15:00 se questa cosa non funziona. È la stessa domanda che facciamo a un'azienda quando si parla di backup e continuità, solo che lì la risposta è meno teorica.
La parte noiosa è quella che regge tutto
Se dovessimo indicare una cosa sola di questi anni che ha fatto la differenza, non sarebbe una scelta tecnologica. Sarebbero le checklist.
Prima di ogni partita si verifica una lista di controlli. Dopo ogni partita se ne verifica un'altra. Entrambe sono documentate e archiviate, partita per partita.
Detta così sembra burocrazia. In pratica è la ragione per cui certi problemi non si presentano il sabato: sono stati trovati il venerdì, con calma, quando c'era tempo di sistemarli.
E quando qualcosa va storto lo stesso, l'archivio dice esattamente com'era messo l'impianto l'ultima volta che era a posto. È la differenza fra un'ora di diagnosi e cinque minuti.
È la pratica meno spettacolare che conosciamo, ed è quella che consigliamo per prima a chiunque, stadio o non stadio.
Cosa può andare storto
Le cose che succedono davvero sono banali. Un access point che smette di rispondere. Una dorsale in fibra che va in saturazione perché sta passando più traffico del previsto. Uno switch che fatica. Il service televisivo che arriva e chiede una cosa non prevista, un'ora prima del fischio d'inizio.
Nessuno di questi è un evento straordinario. In un ufficio si risolvono tutti, con tranquillità, quando capita. La differenza è che allo stadio capitano mentre il cancello è già aperto, e vanno risolti adesso.
Per questo il lavoro vero non è saperli risolvere. È essere nella condizione di accorgersene in tempo, e avere già deciso chi fa cosa.
E i pannelli a bordo campo?
Sono nostri, e vale la pena dirlo perché è una domanda che ci fanno spesso. Gli impianti LED pubblicitari del Tombolato li abbiamo forniti noi, e ce ne occupiamo anche per la parte informatica e per la manutenzione.
È un lavoro che al Tombolato si affianca alla gestione dell'infrastruttura, ma resta un mestiere diverso. Per la gran parte dei nostri clienti esiste solo il secondo.
Cosa c'entra tutto questo con un'azienda che uno stadio non ce l'ha
Quattro cose, e sono le stesse che diciamo a un'impresa di cinquanta persone.
Sapere cosa non può fermarsi, e per quanto. Non in generale: sistema per sistema, con un numero. È la domanda da cui nascono gli obiettivi di ripristino, e quasi nessuno se la pone finché non è troppo tardi.
Provare i ripristini prima. Un backup mai ripristinato è un'ipotesi. Allo stadio le ipotesi non sono ammesse, perché la verifica arriva in pubblico.
Decidere chi chiama chi quando c'è tempo di deciderlo. Nel giorno dell'emergenza nessuno è nelle condizioni mentali di improvvisare una catena di comando.
Dare accessi nominali e temporanei a chi entra da fuori. Manutentori, fornitori, service esterni. Sapere chi è entrato e quando non serve per sfiducia: serve il giorno in cui bisogna ricostruire cosa è successo.
Uno stadio non è un'azienda più complicata delle altre. È un'azienda in cui gli errori si vedono subito, e questo insegna in fretta.